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Documento approvato dal CPN di Rifondazione: «Costruire un movimento di massa contro le politiche di austerità, la lista unitaria di sinistra e uscire dalla Seconda repubblica»

Un anno fa Monti veniva chiamato dal presidente Napolitano a formare il governo, sollevando grandi aspettative di cambiamento anche in ampi strati popolari. In controtendenza, abbiamo da subito espresso la nostra opposizione a questo governo, espressione dei poteri forti. Ad un anno di distanza vediamo confermato il nostro giudizio negativo su questo governo: le politiche di austerità del governo Monti hanno aggredito pesantemente il welfare e i diritti sociali, aggravato la crisi economica, l’ingiustizia sociale e la crisi sociale del paese. Questo è un governo non solo antipopolare e antioperaio ma sta impoverendo l’Italia trasformandola in un protettorato dei potentati europei.

La portata strategica dei provvedimenti presi dal governo ne confermano il carattere costituente: dalla manomissione dell’articolo 18 alla “riforma” delle pensioni al pareggio di bilancio in Costituzione fino all’approvazione del Fiscal Compact e al taglio strutturale della spesa sociale contenuta nella spending review. Questi provvedimenti vanno oltre la situazione contingente e predeterminano – se non aboliti – il quadro in cui dovranno agire i governi dei prossimi anni. Queste misure si sommano a quanto già fatto da Berlusconi – pensiamo solo all’articolo 8 – e determinano un quadro strutturale di recessione economica, precarietà e disoccupazione, privatizzazioni, uniti ad un attacco frontale al welfare, al diritto allo studio e ai diritti dei lavoratori e del sindacalismo di classe. Il governo Monti ha quindi tracciato una strada di destra destinata a perdurare negli anni. Il tratto costituente del governo non è quindi affidato alla permanenza di Monti alla Presidenza del governo anche dopo le elezioni – ipotesi che i potentati finanziari, economici e dell’informazione, propongono esplicitamente – ma ai provvedimenti già assunti e votati da PD, PDL e UDC.

La forza del governo Monti è certo da ricercare nel sostegno dei principali partiti e mezzi di informazione, ma si fonda sull’utilizzo del discorso economico come vero e proprio principio ordinatore del discorso pubblico, come ideologia dominante. Il governo attraverso il discorso economico spaventa il popolo e genera volutamente la paura del disastro, parallelamente le ricette per affrontare questo disastro incombente vengono presentate come oggettive, una medicina amara ma obbligatoria per evitare la catastrofe: There is no alternative, come diceva la signora Thatcher. L’intreccio tra questi due elementi – la paura e il carattere necessitato delle ricette economiche – ha colonizzato l’interno universo della comunicazione politica e – in assenza di una iniziativa sindacale adeguata – ha prodotto un pesantissimo arretramento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nella relativa assenza di conflitto sociale.

Il governo viene ovviamente rafforzato dal fatto che le istituzioni dell’UE si muovono nella stessa direzione e quindi forniscono una legittimazione esterna all’azione del governo. Lo stesso governo socialista francese, nonostante le promesse in campagna elettorale, ha ratificato il Fiscal Compact e i provvedimenti connessi senza alcuna modifica, contribuendo così al potenziamento delle politiche neoliberiste. Addirittura le sciagurate politiche europee vengono presentate come una mediazione tra i tedeschi – presentati come i cattivi – e Monti che viene dipinto come il paladino dei popoli latini.

Il tutto produce una miscela assai potente, una specie di Cesarismo a legittimazione economica, che giustifica tutto a partire dalla gravità della situazione, Cesarismo economico che oltre a produrre recessione e distruzione dei diritti sociali e del welfare, corrode in profondità la democrazia. Se la politica è l’arte della scelta, il governo Monti e non altri rappresentano il concentrato dell’antipolitica, della distruzione della politica e della democrazia.

Sulla base di queste considerazioni è del tutto evidente che la sconfitta del montismo non può avvenire per puro accumulo di contraddizioni sulle singole misure assunte dal governo. E’ sempre più facile trovare persone in totale dissenso sui singoli provvedimenti del governo che ritengono però complessivamente necessaria l’azione del governo. Non riuscendo a darsi una spiegazione alternativa di cosa sta succedendo e non avendo a disposizione una proposta complessivamente alternativa, il dissenso verso il governo è particulare ma non generale. Così come la sconfitta del montismo non può essere affidato alla vittoria del centro sinistra, che è indisponibile a mettere in discussione le scelte sin qui operate, a partire dall’articolo 18, dal pareggio di bilancio e dall’applicazione del Fiscal Compact.

La sconfitta del montismo – che per le ragioni che abbiamo sopra delineato è un compito che va ben oltre le prossime elezioni – e richiede una azione che si collochi al suo livello: occorre quindi decostruire e demistificare l’analisi della crisi e il carattere necessitato delle risposte. Fornire obiettivi percepiti non solo come giusti ma anche praticabili, come un alternativa possibile. Avanzare una proposta compiuta di uscita dalla crisi basata non sul rigore ma sulla redistribuzione: della ricchezza, del lavoro, del potere. La crisi non è infatti frutto di scarsità ma di una cattiva distribuzione di ricchezze, lavoro e potere. Occorre attraversare le lotte a partire da questa chiara prospettiva alternativa e su questa base operare per la loro unificazione non solo sociale ma politica e culturale. Dobbiamo quindi proporre una prospettiva politica di uscita dalla crisi che è oggi economia, sociale, culturale e morale nella consapevolezza che questo significa riportare il paese nella democrazia, cioè rimettendo al centro del dibattito politico la possibilità di scegliere, superando lo stato di eccezione con cui oggi il governo giustifica le sue scelte presentate come obbligate.

La crisi della politica e della II repubblica

In questo contesto, caratterizzato dal governo tecnico presentato come il salvatore della patria, è venuta a maturazione una crisi verticale della legittimità della rappresentanza politica. Da anni il tema della casta, dei privilegi e delle ruberie dei “politici” è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica ma in quest’ anno il processo ha assunto una caratteristica irreversibile. Monti non è solo presentato come una valida alternativa alle ruberie dei politici ma anche come il buon padre di famiglia che è costretto a riportare il popolo italiano sulla retta via dopo che i partiti hanno fatto – pur di ottenere facili consensi nell’ambito della democrazia – una cattiva politica basata sugli sprechi e sulla spesa facile. In questo quadro i partiti vengono considerati l’elemento degenerato di una gestione della cosa pubblica che ha però la radice del male proprio nel meccanismo democratico della rappresentanza.

L’esito di questi processi in cui la crescita della sofferenza sociale è scissa dalla costruzione di soggettività consapevole e si impasta invece con il senso comune che si è sedimentato, lo si è visto appieno nelle elezioni siciliane, che evidenziano un vero e proprio passaggio di fase: la crisi verticale della seconda repubblica. Il 52% di astensioni ed il 7% di schede bianche e nulle, uniti ai voti dati alla lista Grillo parlano di uno scollamento completo tra il paese e le istituzioni. La crisi della rappresentanza si intreccia alla crisi economica e alle politiche che la stanno aggravando, determinando un quadro di vera e propria crisi sistemica: economica, sociale ed istituzionale.

Il segno dominante della seconda repubblica è stata l’adozione di politiche neoliberiste che hanno dominato l’arco dell’intero ventennio. Ad esse è stata funzionale la ristrutturazione dei poteri e del sistema politico e istituzionale. Se da un lato si è volutamente indebolito il potere dei decisori pubblici a favore dei detentori del potere economico e finanziario, dall’altro il bipolarismo ha operato per espungere dalla sfera della rappresentanza il conflitto sociale e le possibilità della trasformazione. Sono questi i processi all’origine della crisi della politica, oggi percepita come impotente rispetto ai grandi poteri economici ed anzi demolitrice nella sostanza dei diritti dei cittadini.

In questo contesto, il permanere e l’accrescersi dei privilegi legati all’esercizio della funzione di rappresentanza, hanno determinato un radicale discredito della funzione politica. Questo interroga anche noi perché dobbiamo prendere atto che non siamo complessivamente percepiti come esterni a questo problema. Questo ci pone la necessità di un salto di qualità nell’iniziativa e nella proposta politica.

Il carattere costituente del governo Monti si esercita quindi non solo nell’assolutizzazione delle politiche neoliberiste ma anche nella delegittimazione dei fondamenti democratici della Repubblica.

La crisi sociale e la ripresa del conflitto

La situazione sociale del paese si è profondamente aggravata, con un aumento della disoccupazione, della precarietà ed in generale con una riduzione del tenore di vita che per gli strati popolari assume aspetti drammatici. Il taglio delle prestazioni sociali e l’attacco all’istruzione pubblica aggravano pesantemente questa situazione determinando un clima di incertezza quando non di disperazione.

Questa situazione che per lungo tempo è peggiorata senza dar luogo a significativi conflitti sociali, comincia oggi a scongelarsi. La manifestazione del 27 ottobre è stato un primo momento di positiva mobilitazione a cui è seguita la mobilitazione del popolo della scuola pubblica e del 14 in occasione della giornata di mobilitazione europea. La stessa contestazione che i ministri del governo Monti subiscono ad ogni iniziativa pubblica dice di un cambio di clima, in cui dalla rassegnazione si comincia a passare alla lotta. In particolare va sottolineata l’enorme partecipazione studentesca alle manifestazioni del 14. Si tratta di una nuova generazione che si mobilita nella chiara percezione che le politiche che vengono agite siano complessivamente contro di loro: lo sono sul terreno dell’attacco della scuola pubblica, sul terreno della precarietà del lavoro e su quello dell’occupazione. L’iniziativa studentesca e gli episodi di conflitto – anche duro – del mondo del lavoro – sono segnali importanti, perché parlano di un possibile cambio di fase e possono costituire l’innesco di un movimento di massa contro le politiche di austerità.

Il punto fondamentale è che oggi non esiste – in virtù delle dinamiche sopra richiamate – un punto di riferimento sindacale e politico che possa per autorevolezza e forza organizzata agire da catalizzatore immediato di questo disagio che inizia ad esprimersi in conflitto. La stessa vicenda delle elezioni siciliane segnala – per quanto ci riguarda – la nostra inefficacia nel proporre un progetto politico alternativo tanto al consociativismo neo centrista quanto all’invettiva grillina.

La nostra proposta:

Per contribuire alla costruzione di un movimento di massa contro il neoliberismo e ad uno sbocco di alternativa al conflitto medesimo, il CPN di Rifondazione Comunista avanza quindi le seguenti proposte:

1) Ci poniamo l’obiettivo di chiudere il ventennio devastante della seconda repubblica: quello dell’attacco alla Costituzione, dell’eutanasia della politica, della distruzione dei diritti dei cittadini e dei lavoratori e del contemporaneo costruirsi di privilegi di casta di un ceto politico sempre più inutile quando non dannoso. Noi proponiamo un nuovo corso sociale, politico e istituzionale che rovesci compiutamente questi elementi e che affondi le sue radici nella Costituzione repubblicana, nei valori di uguaglianza e nel riconoscimento del carattere progressivo del conflitto sociale che la informano. Che si basi sulla ricostruzione di una memoria del nostro paese, che all’opposto delle vulgate correnti, identifichi nei momenti di sviluppo dei diritti del lavoro, del welfare e dei diritti civili, nel dispiegamento del conflitto sociale, la fase più progressiva della storia della repubblica nata dalla resistenza.

Il ribaltamento delle politiche neoliberiste, l’uguaglianza nei diritti sociali si coniuga per noi alla proposta politico istituzionale che si basa sulla piena attuazione del dettato costituzionale:

- La lotta per il proporzionale cioè per l’uguale valore dei voti nella sfera della rappresentanza, deve intrecciarsi allo sviluppo della democrazia diretta e partecipativa, perché dalla crisi del bipolarismo presidenzialista si esca attraverso il ripristino della rappresentanza reale del paese e attraverso una maggiore partecipazione dal basso.

- L’abolizione dei privilegi della politica e la riduzione degli emolumenti, deve essere strumento per rimettere in connessione la condizione materiale di rappresentati e rappresentanti, e riconquistare la politica intesa come passione e progetto collettivo.

- La messa in discussione degli attuali processi di unificazione europea che hanno alla loro base la costituzionalizzazione delle politiche neoliberiste e l’azzeramento della sovranità popolare e democratica dei paesi più deboli. L’ipotesi di un passaggio da questa Europa dei mercati ad una Europa politica e democratica è priva di fondamento. La strada per la costruzione di una Europa democratica passa necessariamente per la messa in crisi di questa Europa segnata dal dominio dalle élites economiche e finanziarie. Noi proponiamo la messa in discussione unilaterale dei trattati a partire dal Fiscal Compact che distrugge il welfare, impoverisce il paese e distrugge ogni sovranità democratica dei popoli.

La costruzione di un nuovo corso sociale, politico e istituzionale passa quindi per la ripresa dello spirito e della lettera della Carta Costituzionale, per la ricostruzione della sovranità popolare, per la messa in discussione dei privilegi legati all’esercizio della funzione di rappresentanza politica e per la sostituzione delle politiche di austerità con politiche pubbliche di redistribuzione del reddito e di riconversione ambientale e sociale dell’economia. Questo nuovo corso deve essere fondato sulla piena e buona occupazione come compito pubblico, a partire da un piano del lavoro, orientato alla manutenzione ambientale, alla ricerca, all’istruzione, al rilancio dei servizi pubblici e dei beni comuni, finanziato direttamente dallo Stato. Un piano per il lavoro intrecciato al reddito minimo garantito, capace di attenuare la morsa della disoccupazione e del precariato e di coinvolgere anche culturalmente i giovani in un opera di ricostruzione sociale ed economica del paese.

2) Avanziamo la proposta della costruzione di una lista unitaria della sinistra contro il neoliberismo, per un progetto di alternativa e per la riforma radicale della politica. La nostra proposta politica si rivolge ad Alba, all’IdV, a Sel, ai Verdi, alle forze che hanno organizzato la manifestazione del 27 ottobre, al complesso delle forze associazionistiche, sociali, culturali e di movimento disponibili, ed è finalizzata a costruire un ampio polo di alternativa che si ponga l’obiettivo di governare il paese su un programma antitetico a quello imposto da Monti e dalle politiche europee.

In questo quadro riteniamo positivo l’appello “Cambiare si può”, promosso da una serie di autorevoli personalità della sinistra, rispetto al quale registriamo una consonanza di proposta. A partire da questa consonanza decidiamo di partecipare all’assemblea convocata per il 1° dicembre al fine di concretizzare un percorso di costruzione della lista unitaria di sinistra. Parimenti le posizioni del sindaco di Napoli De Magistris, la dialettica aperta all’interno dell’Italia dei Valori, come anche posizioni presenti territorialmente e nazionalmente all’interno di Sinistra Ecologia e Libertà, ci confermano nella possibilità di allargare le forze che possono essere coinvolte nella costruzione di un polo della sinistra di alternativa. Un polo che vogliamo costruire non come pura sommatoria elettorale ma come progetto politico di ricostruzione aperta e partecipata di una soggettività della sinistra, basata sul principio “una testa un voto”, in grado di intrecciare senza gerarchie e connettere in una dimensione progettuale che travalichi la scadenza elettorale chi si oppone al montismo di oggi e a quello di lungo periodo, determinato dall’accettazione dei vincoli europei e del Fiscal Compact. In questo quadro parteciperemo all’assemblea prevista per il 15 dicembre in continuità con la manifestazione del Nomontiday.

Il tentativo – che abbiamo perseguito fino in fondo – di assumere questo obiettivo unitariamente come Federazione della Sinistra – ha dovuto prendere atto dei diversi orientamenti esistenti. La nostra proposta di dare voce agli iscritti e alle iscritte della Federazione per decidere attraverso un referendum democratico l’orientamento politico della Federazione, è stata purtroppo rifiutata. Pur valorizzando gli elementi di cooperazione sui referendum e in relazione ai prossimi appuntamenti elettorali regionali, da verificare ovviamente nei diversi contesti, siamo quindi chiamati ad agire direttamente come Partito affinché la proposta della lista unitaria della sinistra si concretizzi.

Questo nella consapevolezza che la costruzione di un processo inclusivo e partecipato, che allarghi il terreno della partecipazione politica unitaria a sinistra, la realizzazione in Italia del progetto della Sinistra Europea, la costruzione in Italia del corrispettivo di Syriza, del Front de Gauche, di Izquierda Unida, della Linke, è l’obiettivo fondante il nostro progetto politico, a cui subordinare ogni percorso politico e su cui lavorare nei prossimi mesi.

In questo quadro Rifondazione Comunista non parteciperà alle primarie nazionali del centro sinistra, che si svolgono all’interno del recinto dell’accettazione dei trattati europei e quindi delle politiche neoliberiste.

3) Impegna il partito nella campagna referendaria, che rappresenta la nostra principale azione politica e organizzativa nei prossimi mesi, fino a gennaio. Si tratta di una campagna referendaria importante, che coinvolge il complesso delle forze che si sono opposte da sinistra alle politiche del governo Monti, sia sul piano politico che sociale e che quindi ha un grande valore politico. Inoltre i referendum si svolgeranno nel 2014 e quindi rappresentano un modo concreto per interagire pesantemente con l’azione del prossimo governo. Innanzitutto occorre un impegno fortissimo sulla raccolta di firme sui referendum sulle pensioni, che ricade quasi unicamente sulle nostre spalle e che ha una grande rilevanza politica sia sul piano dei rapporti di massa che relativamente al ruolo di Rifondazione Comunista. La campagna referendaria si compone quindi di una raccolta di firme unitaria sull’abolizione della diaria dei parlamentari, sui diritti dei lavoratori – ripristino dell’articolo 18 ed abolizione dell’articolo 8 – che ha un perimetro di forze promotrici più ampio ma che vede comunque il nostro contributo determinante. La raccolta delle firme per i referendum, di cui va sottolineata la connessione con la che va intrecciata con la campagna per il reddito minimo garantito – che si sta chiudendo in questi giorni dal punto di vista della raccolta delle firme - rappresenta quindi il punto fondamentale del nostro impegno politico per i prossimi mesi.

4) Impegna il Partito al massimo di impegno e presenza nella costruzione, nell’estensione, nel coordinamento del conflitto sociale e nella costruzione di pratiche mutualistiche utili a resistere all’attacco al lavoro e ai diritti sociali. Noi dobbiamo costruire una nuova politica di sinistra basata sull’autorganizzazione dei soggetti sociali su tutti i terreni – sociale, culturale e politico – e su una matura critica delle politiche neoliberiste. Da Pomigliano, all’ILVA alla Val di Susa, all’IKEA, al mondo della conoscenza i nostri compagni e le nostre compagne sono protagonisti della costruzione delle lotte, occorre generalizzare queste esperienze e approfondire il carattere di partito sociale che ci deve caratterizzare. Occorre collocare il partito all’interno dei conflitti sociali ed operare per la loro estensione e per il loro coordinamento. A tal fine è decisivo anche fare un salto di qualità nella capacità di produrre una azione di demistificazione delle spiegazioni dominanti della crisi e delle ricette che vengono proposte come oggettive e necessitate. La nostra presenza nelle lotte e nella loro organizzazione si deve accompagnare alla ricostruzione di una lettura critica del capitalismo oggi. La ripresa del marxismo finalizzata ad una critica dell’economia politica , la sua diffusione, è decisiva al fine di “decolonizzare le menti” dal pensiero unico dominante, al fine di allargare il conflitto sociale e di favorirne una sua maturazione in senso anticapitalista.

5) Il Cpn impegna tutto il Partito nella campagna di rinnovo dell’adesione al Prc che, anche tenendo conto della nuova legge relativa al finanziamento dell’attività politica, terminerà il 31 dicembre 2012.Il Cpn chiama tutti i Circoli, le Federazioni, le strutture territoriali all’impegno per raggiungere l’obiettivo dei 40000 iscritti.

18 novembre 2012