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IL MITO SFATATO

Non salvò 800 ebrei e non distrusse 5 mila fascicoli, il centro Primo Levi di New York fa a pezzi la leggenda del poliziotto fascista, di stanza a Fiume, considerato lo «Schlinder italiano».

 Il monumento crolla. Costruito con  l’argilla della leggenda e non con il  cemento della documentazione storica,  il mito di Giovanni Palatucci, l’ex  poliziotto fascista irpino (era nato a  Montella nel 1909), ubbidiente esecutore  degli ordini e osannato salvatore di  migliaia di ebrei, non ha retto alle necessarie  e inevitabili verifiche della ricerca  e della storia e pare addirittura  che abbia contribuito alla deportazione  degli ebrei. È quanto emerge da  un’accurata e lunga ricerca promossa  dal Centro «Primo Levi» di New York  che, sulla base della documentazione  rinvenuta, approfondisce e chiarisce il  divario esistente tra l’agiografia ufficiale  del poliziotto santificato e la storia  delle persecuzioni antiebraiche a Fiume  e nel Carnaro. Un vasto gruppo interdisciplinare  di ricercatori - coordinati  da Natalia Indrimi, direttrice del Centro  «Primo Levi» - ha raccolto, consultato,  studiato e setacciato oltre seimila  documenti provenienti da numerosi archivi.  La ricerca ha consentito di portare  alla luce quello che potremo definire  come l’imbroglio Palatucci.
Tutto comincia nel 1952, sette anni  dopo la sua morte per tifo nel campo di  concentramento di Dachau, avvenuta  il 9 o 10 febbraio 1945. È in quell’anno  che lo zio Giovanni, vescovo di Campagna  (Sa), inoltra una petizione al ministero  degli Interni sostenendo - senza  alcuna documentazione - che il nipote  era meritevole di un riconoscimento  per aver salvato dalla deportazione e  dalla morte gli ebrei fiumani. Il ministero  degli Interni risponde nel mese di luglio  con un memorandum: non esiste  un qualsiasi indizio provante l’attività  a favore degli ebrei da parte del vicecommissario  aggiunto, aggiungendo  che solo se il governo israeliano avesse  fatto formale richiesta per un’indagine  il ministero avrebbe preso in considerazione  le informazioni presentate dal vescovo  di Campagna. Il quale, nei mesi  successivi, si adopera per organizzare  la cerimonia di Ramat Gan, che poi è  servita per tutti i successivi riconoscimenti.
 La lettera da Vienna
  Il Centro Primo Levi - da noi raggiunto  a New York - ricostruisce come, solo  dopo questa cerimonia, compaia la prima,  e per quarant’anni unica e mai discussa  «testimonianza»: la lettera della  viennese Rosa Neumann, la cui valutazione  - affermano a New York - risulta  molto problematica in un confronto  analitico con il suo fascicolo di polizia.  In questa cerimonia gli viene attribuito  il titolo di «Questore di Fiume» - non  corrispondente affatto alle sue funzioni,  quando il suo grado di vicecommissario  aggiunto non gli permetteva nessuna  autonomia - per attribuirgli poteri  decisionali mai avuti. Da metà aprile  all’arresto del 13 settembre 1944, per i  tedeschi, Palatucci regge la questura di  Fiume: i suoi due fascicoli provano che  si muove sempre sotto stretto controllo  dei superiori, il prefetto Temistocle Testa  e il questore Vincenzo Genovese, ricevendo  elogi, sostegno e promozioni,  rinunciando per questo ambiguo rapporto  al trasferimento, chiesto ben otto  volte. Nel sistema di terrore attuato fin  dal 1938 da Testa e Genovese, Palatucci  è scrupoloso nell’applicazione delle  leggi razziali e attento compilatore dei  censimenti che dal 1938 al 1944 vengono  usati per privare gli ebrei dei diritti  civili, spogliarli dei beni, arrestarli, internarli, espellerli e deportarli nei campi di sterminio. La persecuzione degli ebrei di Fiume - stando alla documentazione - è tra le più terribili d’Italia e anche dalla corrispondenza delle associazioni di assistenza  ebraiche Delasam e Joint, risulta una delle città più bisognose di aiuti per la mancanza di qualsiasi cooperazione delle autorità italiane.
La documentazione al Ministero dell’Interno Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione III, Internamento Ebrei Stranieri contraddice l’ipotesi che Palatucci abbia ordinato il trasferimento di centinaia o migliaia (a seconda delle fonti biografiche) di ebrei nel campo di concentramento di Campagna, dove lo zio, il vescovo Giuseppe Maria Palatucci, li avrebbe assistiti. Dalla documentazione ufficiale risulta che Palatucci non ha alcun ruolo nella scelta delle località di internamento degli ebrei stranieri. Solo quaranta ebrei fiumani, per delibera del Ministero degli Interni, vengono internati a Campagna. Nessuno di loro gode di particolari favori della questura di Fiume, che invece ha atteggiamenti fortemente persecutori nei loro confronti. A dimostrazione che non si tratta affatto di ebrei né protetti né raccomandati dai Palatucci, ben 9 (su 40) vengono deportati ad Auschwitz ed uno di loro muore per le difficoltà subite durante l’internamento. Per le sue dimensioni il piccolo «campo» di Campagna, esclusivamente maschile, non era adatto a raccogliere le migliaia di deportati ebrei fiumani, dei quali si parla nelle biografie e nei film dedicati a Palatucci: solo nei primi mesi vi furono 370 internati e mai più di un centinaio di persone: tra il 1940 e il 1943 nell’ex caserma della cittadina salernitana vengono detenuti in totale 534 ebrei. A New York, pur non negando che il vescovo Palatucci si sia adoperato per alleviare le sofferenze degli internati, sottolineano che non esiste alcuna prova del tentativo delle autorità italiane (politiche ed ecclesiastiche) di trasferire a scopo protettivo gli ebrei a sud e l’idea che scendere al sud rappresentasse la salvezza è puramente retrospettiva, in quanto è provato che dal luglio del 1940 alla seconda metà del 1942 gli ebrei stranieri internati in Italia cercavano in tutti i modi di essere trasferiti al nord per trovarsi più vicini alla Svizzera, dove avrebbero potuto mettersi in salvo.
Salvataggio senza fondamento
 La leggenda palatucciana secondo la quale nel 1939 - quando a Fiume non vi erano nazisti per arrestare gli ebrei, ma solo un decreto delle leggi razziali promulgato dal Regno d’Italia che ne prevedeva l’espulsione entro il 12 marzo - il «questore» intercettò e salvò dall’arresto dei nazisti 800 rifugiati ebrei, aiutandoli prima a nascondersi ad Abbazia e poi ad imbarcarsi su un battello, l’Agia Zoni che li condusse secondo alcuni in Puglia e in Palestina secondo altri, è destituita di ogni fondamento storico. La vicenda, presentata per anni come indocumentabile perché svolta in segreto dal giovane ufficiale di polizia, è possibile ricostruirla grazie al ritrovamento da parte dello storico Marco Coslovich nel 1994, presso l’Archivio di Stato, dell’epistolario completo tra la Prefettura di Fiume e la Capitaneria di Porto: è chiaramente documentato che fu un’operazione persecutoria svoltasi sotto la sorveglianza della polizia fiumana. La recente scoperta del diario di Alfons Goldman, guida del gruppo, conferma nei dettagli la corrispondenza ufficiale e consente una ricostruzione puntuale della vicenda dell’Agia Zoni, un’operazione dell’Agenzia Ebraica di Zurigo fatta fallire dalla polizia fiumana: Palatucci svolse un ruolo marginale di esecutore degli ordini del prefetto Testa, responsabile dell’arresto di 180 profughi viennesi ad Abbazia, sottoposti a una penosa estorsione e ordinò il respingimento al confine di 600 ebrei apolidi per i quali la spedizione era stata programmata. Con il fallimento dell’operazione il porto di Fiumenon verrà più usato dalle organizzazioni ebraiche di assistenza.
 Durante l’occupazione tedesca di Fiume, Palatucci continuò a lavorare all’Ufficio Stranieri, aggiornando i censimenti degli ebrei, diventando poi reggente della questura. I mesi da reggente sono documentati attraverso le carte dell’attività della polizia italiana, i mattinali, gli scambi di telegrammi con la polizia tedesca e con la dirigenza di Salò a Maderno. Gli fu affidato il trasporto di circa 400 mila lire (l’equivalente di circa 20 stipendi annuali di ufficiale), i tedeschi lo sospettarono di essersi appropriato di beni confiscati a una famiglia di ebrei e, durante la reggenza, produsse dispacci e informative per la persecuzione degli ebrei. Contrariamente  a quanto sostenuto dai suoi agiografi, non vi è alcun indizio che abbia distrutto cinquemila fascicoli sugli ebrei, che invece risultano tutti regolarmente conservati nel Fondo Questura di Fiume dell’Archivio di Stato di Rijeka, così come li lasciò Giovanni Palatucci all’indomani del suo arresto. È probabile che la notizia che abbia distrutto i fascicoli ha fatto pensare che abbia sottratto gli ebrei all’arresto. Da qui i biografi affermano che a Fiume non vi fu deportazione, ma le ipotesi di salvataggio di massa avanzate dall’apologetica palatucciana sono prive di riferimenti alle fonti archivistiche.
Beatificazione sfumata
 Il 13 settembre 1944 Giovanni Palatucci è arrestato dalla polizia tedesca per «intelligenza con il nemico». Dal carcere del Coroneo di Trieste, un mese dopo, con altri 11 mila soldati e diverse centinaia di ufficiali di pubblica sicurezza italiani, è deportato a Dachau, come prigioniero in custodia protettiva, la categoria riservata ai traditori. Nel mese di novembre il suo caso è sottoposto all’attenzione della segreteria personale del Duce, ma non risulta alcuna intercessione in suo favore. La morte nel campo di Dachau, a 35 anni, ha senza dubbio contribuito ad avvalorare la suggestiva tesi della sua opposizione al fascismo e al nazismo Ma ora, grazie alle ricerche del Centro «Primo Levi» di New York, dopo anni di culto e di speculazione, conosciamo la verità sulla vita di questo poliziotto che non rinnegò mai il fascismo, non aiutò gli ebrei e da carnefice è stato ritenuto vittima.
 Però le leggende - come le bugie - hanno sempre le gambe corte. Palatucci non ha titoli per essere considerato lo «Schindler italiano», come un giusto da Israele, e martire da papa Giovanni Paolo II. Per questo motivo, scrive il New York Times, il museo dell’Olocausto di Washington ha deciso di rimuovere il suo nome da una mostra, lo Yad Vashem di Gerusalemme e il Vaticano hanno iniziato a esaminare i documenti. La Santa Sede, che ha in corso una causa di beatificazione, si è bloccata per gli interrogativi sollevati e ha dato incarico a uno storico di studiare la questione. Alla AntiDefamation League, l’associazione ebraica che aveva attribuito a Palatucci il suo Courage to Care Award il 18 maggio 2005, lo stesso giorno nel quale il sindaco di New York Michael Bloomberg aveva dichiarato Giovanni Palatucci Courage to Care Day, affermano: «Alla luce delle prove storiche la Adl non onorerà più la memoria del poliziotto italiano. Sappiamo adesso quel che non sapevamo allora, che cioè Palatucci non fu il salvatore in cui è stato trasformato dopo la guerra», ha detto il direttore di Adl Abraham Foxman, un sopravvissuto ai campi di sterminio, per il quale il poliziotto italiano sarebbe stato «un volenteroso esecutore delle leggi razziali».

  Giuseppe Galzerano "il manifesto" 2-07-2013

P.S. Monumento e targa al "poliziotto buono" furono deliberati dalla giunta Perri nello stesso giorno in cui fu intitolata una via al "fascista cattivo" ma "bravo tenore" Protti. E ora?

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